La "Tratta"

Pochi passi nell’acqua salata, per fare un passo indietro nel tempo. Riportare così a galla, una tradizione tutta romagnola; la pesca alla “tratta”. Una tecnica conosciuta fin dai tempi antichi, che prevedeva l’uso di reti calate lontano dalla riva, recuperate poi, tirandole con forza, dai marinai posizionati a terra. Considerata un tipo di pesca costiera “povera”, poteva essere praticata da tutti, e non solo da pescatori professionisti. Tecnica ideale su fondali bassi e sabbiosi, nella pesca alla tratta veniva utilizzata una rete da circuizione, sulla cui base a contatto con il fondale, erano applicati dei piombi. Sul lato opposto, teso sulla superficie dell’acqua, comparivano dei galleggianti di sughero. La rete terminava ai capi con due cime, indispensabili per tirarla. Un capo restava fissato sulla battigia mentre l’altro, con l’ausilio di una piccola imbarcazione, era portato in mare descrivendo un ampio semicerchio, sino a tornare a terra. Successivamente, due squadre di uomini, iniziavano a recuperare le due cime, tirando a terra la rete che, accarezzando il fondale marino, intrappolava il prezioso pescato. La pesca alla tratta è stata molto utilizzata nell’immediato secondo dopoguerra, quando, i pescherecci ancora distrutti, e il pericolo per la presenza di mine, rallentarono la ripresa della pesca d’altura. La tratta fu praticata, in forma organizzata, da alcune famiglie, ed infine come pesca da diporto, fino a quando non fu vietata all’inizio degli anni Settanta. Ad oggi questo tipo di pesca non è più in uso. Ma viene rievocata ogni anno in estate, sulla spiaggia di Cesenatico,  dove turisti incuriositi fondono i propri sguardi tra le urla e gli sforzi dei pescatori cesenaticensi.

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